CENERENTOLA
di Patrizia Vicinelli

Nel maggio del 1978 il carcere femminile di Rebibbia ospita uno strappo alle ferree regole di detenzione che prende le vesti di uno spettacolo teatrale. A realizzarlo e organizzarlo è Patrizia Vicinelli, poetessa bolognese protagonista della mostra a lei dedicata nella sezione ARITMICI, che fu condannata a un anno per «concorso di spaccio» di un grammo di hashish. Le detenute sono state coinvolte in tutto l’iter produttivo, dalla creazione degli abiti di scena, alla realizzazione della scenografia fino, ovviamente, alla memorizzazione dei copioni e alla recita, in vista di uno spettacolo realizzato per una folla di duecento detenute.  

 

Vicinelli ha impiegato i primi cinque mesi di permanenza nel carcere a scrivere il copione del suo spettacolo, dal titolo Cenerentola, ispirato solo per l’imbastitura generale al seicentesco testo di Perrault.

 

Questa è l’introduzione allo spettacolo così come fu scritta da Patrizia Vicinelli:

Fin dall’introduzione questo testo teatrale svela una spinta verso la felicità, è un impeto di evasione che mette in luce una pratica di scrittura semplice e didattica dedicata alla collettività delle detenute del carcere di Rebibbia. La protagonista è una donna in trasformazione alla ricerca di una vita emancipata come quella incontrata nella figura di Cassiopea, ragazza viaggiatrice autonoma e solitaria. Ogni quadro rappresenta una fase diversa di mutamento della personalità di Cenerentola segnando il suo processo di liberazione da esperienze conflittuali e problematiche. La favola per bambini viene traslata, senza alcun intento di imporre una morale, diventando strumento politico per reagire alla condizione femminile a lei contemporanea. 

Il finale non può che fare da modello, e quindi essere ben distante da quello stereotipato e borghese di Walt Disney: il principe azzurro diventa solo l’icona di un destino da rifiutare in nome di un modello di vita dedito all’emancipazione, alla libertà, all’autostima.

 

Lo spettacolo si svolse nel carcere di Rebibbia a porte chiuse. In questo EXTRA viene allora proposta una selezione di citazioni tratte da alcuni articoli apparsi sui quotidiani dell’epoca a proposito di questo evento, per recepire come emerse al di là delle sbarre.

A Cassiopea […] il compito di rappresentare un personaggio positivo anche per le detenute. Straniera (come molte nel carcere e per motivi di droga) emancipata dalla struttura familiare (come poche nel carcere) indipendente e fantasiosa e libera dai complessi piccolo-borghesi di questa società. (F.S.) 

La Repubblica, martedì 30 maggio 1978 

 

 

Patrizia Vicinelli […] racconta che dopo i primi quindici giorni di smarrimento, difficili («entrare in carcere – dice – è come entrare in un apparato digerente, con lunghe condutture, come corridoi, che dividono questa popolazione di detenuti») ha cominciato a scrivere. […] 

Personaggi tutti femminili, in questa Cenerentola non c’è nemmeno uno straccio di principe azzurro. […] 

«Scrivere quest’opera – dice Patrizia – è stato un pretesto per parlare dei problemi delle donne che pensano di realizzarsi con un uomo». […] 

«Non hai paura di viaggiare da sola?», chiede Cenerentola al momento dell’incontro con Cassiopea. «Paura? – risponde la straniera – di che cosa?». «Non hai un ragazzo che ti accompagni, che ti aiuti, mettiamo che… succedesse qualcosa?». «Un ragazzo? Se aspettavo un ragazzo non sarei mai partita!». (Norma Rangeri) 

Manifesto, giovedì 25 maggio 1978

 

 

«Underground» è un termine che spesso corre a sproposito. Ma, per questa vicenda, non ce n’è di più aderenti, per indicare qualcosa che nasce, viene portato avanti e infine realizzato fuori dai canali tradizionali. Una iniziativa autonoma che non obbedisce ad alcun canone e che, soprattutto, non ha nulla o quasi nulla alle spalle. Come in questo caso, di un’opera teatrale, scritta da una detenuta, rappresentata da detenute, con musiche composte da detenute, con scene dipinte da compagne di pena e, infine, portata in scena, al carcere femminile di Rebibbia. (Gianni Barrella) 

Corriere Della Sera, giovedì 25 maggio 1978

 

 

La stampa è stata avvisata a spettacolo avvenuto. 

l’Unità, giovedì 75 maggio 1978

 

 

«È stato un momento molto importante», dice la direttrice del carcere, Elda Sensale. «Qui dentro abbiamo il grosso problema dell’abulia da parte delle detenute. È difficile convincerle a fare qualcosa per passare il tempo, invece quest’iniziativa è riuscita a risvegliarle, per lo meno un gruppo. È stata una specie di terapia dell’occupazione, in senso psicologico. Magari ci fossero più spesso stimoli simili a questo». […] 

non si può ignorare che per la prima volta, anche se attraverso il palcoscenico, il tema della liberazione della donna è entrato in un carcere. Un luogo, fra l’altro, dove spesso una donna finisce proprio perché ha sbagliato «a rimorchio» di un uomo. […] 

Solo a un certo punto, dove un ritornello parlava di libertà e intendeva liberazione dai condizionamenti che per secoli hanno oppresso la donna, le detenute hanno equivocato, si sono alzate in piedi e applaudendo hanno gridato «Amnistia!». Il ritornello diceva: «Come vorrei, come vorrei – confondermi col cielo nel suo blu – un desiderio immenso di felicità – la forza di ottenere la libertà». C. S. M. 

Annabella, 29 giugno 1978