ANDREA CORTELLESSA
About Simone Carella
2021

Insieme a Simone Carella – protagonista della mostra inaugurale della rubrica POLIFONIA – nel 2014 lo scrittore Andrea Cortellessa ha organizzato Poetitaly, un festival con lo spirito di una festa che nella sua pienezza poteva sopravvivere solo nel racconto dei presenti; una celebrazione internazionale, à la Woodstock, della poesia e dei suoi poeti ululanti.

 

Prima di arricchire Io poeto tu con una lettura dell’opera e della vita di Carella, Andrea Cortellessa, scrittore e docente dell’Università La Sapienza, condivide una riflessione su chi, o meglio cosa, fosse Simone Carella.

Chi sia stato Simone Carella lo sa, se lo sa, solo chi l’abbia frequentato ‘live’; dubito che possa spiegarlo, però, a chi questa fortuna non ha avuto. Invece «cosa» è stato, forse, si può provare a dirlo. 

 

Non mi pare ci sia una voce di wikipedia a suo nome (e sì che ce l’hanno cani e porci; posso ben dirlo, avendocela persino io), ma se ci fosse scommetto che comincerebbe con una definizione da anagrafe, del tipo «regista teatrale». Io per la verità un suo spettacolo a teatro, inteso come luogo così messo a catasto, non ho fatto in tempo a vederlo. Ma qualsiasi luogo in cui si trovasse Simone era teatro; non so se fosse così da sempre ma certo era così, e da un pezzo, quando l’ho conosciuto. 

 

La definizione anagrafica, comunque, è risibilmente approssimativa. Dal momento che almeno dai tempi di Castelporziano il suo ‘teatro’ era ‘coi poeti’ più che ‘con la poesia’, forse l’unico modo in cui ce la si possa cavare, per definirlo, è proprio «poeta». Un poeta che non abbia mai scritto un verso è un bel paradosso, ma era il paradosso che Simone incarnava. La sua figura esemplifica, forse meglio di ogni altra nella sua generazione, quella che si può chiamare l”expanded poetry’ del suo tempo: travalicando non solo i confini della pagina, come le avanguardie del Novecento hanno sempre predicato, ma anche del ‘testo’ inteso nell’accezione semioticamente più ampia.

 

La poesia di Carella consiste, ogni volta, nell’invenzione di un luogo: per questo si svolgeva di preferenza a teatro o negli spazi da lui proditoriamente teatralizzati. «Inventare un luogo» significa ‘invenire’ uno spazio senza qualità, come una spiaggia desolata in una notte d’estate, e magicamente ‘espanderlo’ in quello che da allora in poi, invece, è un «luogo». Questa magia si realizza con un’idea, un colore, un suono; una poesia, per esempio. Questo è stato il genio di Simone, questo posso provare a spiegare.