CATHY JOSEFOWITZ
Per Cathy J. (Su qualcuno che danza)
Uno scritto di Beppe Sebaste

In occasione della mostra dedicata a Cathy Josefowitz The Thinking Body, in corso fino al 19 giugno 2022 nella sezione ARITMICI, si propone di seguito un testo scritto dal suo compagno di vita Beppe Sebaste in occasione di una mostra tenutasi nel 1994 e organizzata dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Firenze a Palazzo Pinucci.

 

Si ringrazia Beppe Sebaste per la preziosa concessione.

PER CATHY J. (SU QUALCUNO CHE DANZA)

   The suspension of the disbelief – la sospensione dell’incredulità – è una formula che si usa a proposito dell’arte del racconto, di quel narrare a cui il lettore si affida e si abbandona, si lascia portare come le nuvole spinte dal vento, senza opporre resistenze culturali o altri “attaccamenti”. Si può dire in altri modi, ma io sono grato a questa formula che risale a Keats e a Shelley e che devo a Gianni Celati, che l’ha rispolverata di recente. Mentre mi faceva capire quanto poco io sia capace di metterla in pratica, restò pieno di ammirazione e meraviglia di fronte ad alcune riproduzioni di dipinti e disegni di Cathy J. Ecco, quello che lui cercava di propormi – criticando da lettore un mio modo scrittura “irriverente”, forse trasgressivo (ma di che?), comunque ancora legato a un progetto, ovvero a una presunzione – era già lì, davanti ai nostri occhi. 

   Ora, io che vivo quasi quotidianamente la difficile e meravigliosa posizione di testimone del lavoro pittorico di Cathy (e tralascio di sottolineare la pregnanza filosofica della parola “testimone”) capisco che ciò che mi irrita nella fascinazione che ne provo è proprio la sua evidente, gioiosa, sobria e sapiente “sospensione dell’incredulità”, la sospensione della presunzione di sapere che Cathy J. mette in pratica nel suo gesto di disegnare e di dipingere, e che richiede un’uguale fiducia, un uguale “abbandono” da parte dello spettatore. (Ed è vero che nei suoi quadri è un po’ come nelle fotografie di Luigi Ghirri, amico e creatore esemplare: il quale cercava onestamente di credere e di far credere all’incanto delle figure da lui conosciute da bambino visitando i musei – e nient’altro).

   Se ne fossi capace vorrei testimoniare, la letizia e la requie del gesto di dipingere di Cathy, l’impossibilità per lei di non dipingere, la necessità e il destino per lei di dipingere: suggerendo, in ognuna di queste formulazioni, l’agire di un “doppio genitivo”, soggettivo e oggettivo. Come se, da sempre, Cathy J fosse divenuta ciò che è. Come sia stato possibile per lei divenire ciò che è, beh, sarebbe una bella storia da raccontare.
   Posso dire solo che Cathy J., prima di avere tre anni, volò dall’America all’Europa, dalla lingua inglese a quella francese, pur essendo immersa dentro le mura di casa in uno sciabordare linguistico che comprendeva filastrocche in russo e in tedesco. Cathy si inventò così una lingua tutta sua, privata, e cominciò a dipingere subito dopo quel primo volo, sotto lo stimolo e la pressione, non ultima, di una famiglia ingombrante e festosa, in cui emergono un nonno scultore, una madre pittrice, un padre direttore d’orchestra, nonché svariati collezionisti  d’arte e “amatori”. Per un non breve periodo della sua vita, Cathy J. ha scelto di danzare, creando e rappresentando in vari luoghi del mondo oltre venti coreografie, spesso silenziose e intense come una messa, ma liete come se la officiasse Chagall.

   Detto questo, non posso fare a meno di richiamare alla memoria, parafrasandone soltanto una parola, (“pittura” invece di “letteratura”), una nota che Kafka scrisse in una lettera a proposito di quegli scrittori ebrei a cavallo di molte, troppe lingue, e per ciò stesso impossibilitati a scrivere, impossibilitati a non scrivere: un misto, avrebbe continuato Kafka, di linguaggio cartaceo e di gesti, «una pittura impossibile sotto ogni aspetto, una pittura zingara che aveva rubato dalla culla il bambino e in tutta fretta lo aveva assettato in qualche modo, perché ci deve pur essere qualcuno che danzi sulla corda. (Ma non era neanche il bambino, non era nulla, soltanto che qualcuno danzava)».

 

Beppe Sebaste