CATHY JOSEFOWITZ
blue blue and more
Uno scritto di Beppe Sebaste

In occasione della mostra dedicata a Cathy Josefowitz The Thinking Body, in corso fino al 19 giugno 2022 nella sezione ARITMICI, si propone di seguito un testo molto intenso scritto dal suo compagno di vita Beppe Sebaste all’artista stessa, dopo la sua morte. Il testo è presente nel piccolo catalogo blue blue and more… realizzato dalla Galleria Susanna Orlando di Pietrasanta in occasione della mostra tenutasi dal 6 al 18 settembre 2014, la prima di Josefowitz a seguito della sua prematura scomparsa.

 

Si ringrazia Beppe Sebaste per la preziosa concessione.

PER CATHY JOSEFOWITZ, BLUE BLUE AND MORE

 

Ces jours qui te semblent vides
Et perdus pour l’univers
Ont des racines avides
Qui travaillent les déserts
[…]
Patience, patience,
Patience dans l’azur!
Chaque atome de silence
Est la chance d’un fruit mûr!
[…]
Paul Valéry

 

Cara Cathy, da quando sei partita ho imparato di nuovo ad apprezzare il silenzio, e così tanto che le frasi che mi vengono evaporano prima ancora che io possa formularle. È questo il destino naturale delle parole, dissolversi come la musica a contatto dell’aria?

Delle parole, della loro continua oscillazione tra suono e senso, in effetti tu hai sempre apprezzato più il primo del secondo, la loro sensualità più che la presunzione del significato, la disponibilità alla danza più che la pretesa di informare. I tuoi quadri insegnano che la disponibilità, non solo delle parole, è la virtù della pazienza – che è poi l’altro nome della passione. Pittura è quando la passione è convertita in pazienza – sentire e trattenere, trasformare e offrire – quella dimensione rituale, fisica e trascendentale con cui hai gioiosamente modellato il mondo e colorato la vita.

È a questa tua pazienza che le mie parole anelano. E mentre ti guardo nuotare e volteggiare nell’azzurro, e vorrei toccarti ma non ci riesco, mi accorgo che le parole più belle le hai usate tu accompagnando una delle tue ultime tele: blue, blue and more.

Quelle tre parole e mezzo potrebbero bastare. C’è tutto: l’avventura del colore, l’annuncio e l’auspicio del viaggio, il saluto, il tuo bellissimo sorriso. C’è il dancing & painting della tua vita intensa e infinita, ci sono i cieli in cui ti sei specchiata e che si sono riflessi nei tuoi quadri – quello della Tunisia, dell’India, di Ojai, di Pietrasanta… Il cielo che riflette la terra che riflette il cielo, padrecielo e madreterra, e in mezzo l’umano. C’è l’azzurro dell’amore e delle mani giunte che si rivolgono all’Altezza, a quella “pazienza nell’azzurro” che hai spiegato così bene poco prima di partire, guardando il cielo: “Sono molto più felice adesso che in passato, perché ho imparato a fare così (hai giunto le mani inchinando il capo) e ringraziare l’universo”.

Pochi giorni prima del tuo ultimo viaggio parlavamo ancora dell’azzurro, del rosa, del giallo, della luce della Tunisia, luogo reale e luogo dell’anima, metafora della pittura, simbolo da cui hai tratto altri simboli, come quello universale della Mano di Fatma, Fatima, la Madonna, ovvero Miriam, il Cinque, Khamsa, la quinta lettera dell’alfabeto ebraico, He – lettera usata anche per rappresentare il nome di Dio dicendo “il Nome” Hashem, senza dire Dio, senza pronunciarne direttamente il nome, e così via.

Avevi deciso di proseguire e celebrare a tuo modo quel proliferare labirintico di segni e sensi che si traduce nelle fitte decorazioni, miniature e arabeschi dedicati alla Mano di Fatima, visibili nella tua amata Tunisia anche sulle porte delle case e sui monili delle donne. E scoprivamo che, anche senza saperlo, l’avevi già evocato e raffigurato da tempo nelle geometrie delle tue meravigliose Preghiere su tela…

Le decorazioni che spostano e concentrano lo sguardo in un punto della superficie del visibile, nel mondo come nei tuoi quadri, sono altrettante preghiere nel mistero della vastità, minuscole e quasi impercettibili impronte nell’infinito. Sono lievi esalazioni dell’umano, sussurri, respiri, discontinuità nella costanza del colore, nell’apparente immobile monocromia del Divino – deserto o cielo che sia. Sono cammini e porte su cui bussare, bussare al paradiso dei colori – come nella voce azzurra del nostro Bob Dylan. Non si dice, in effetti, “creature celesti”? E l’aggettivo “celestiale”, sinonimo alto di spirituale, non dice forse la libertà di servire gli altri, il Creato, come i tuoi dipinti servono generosamente noi che li guardiamo e ci sollevano nel blue, and more?

“Pazienza nell’azzurro”, scriveva Paul Valéry.

“L’aria è una radice”, diceva Jean Arp.

Cose che tu hai mostrato spesso.

Adesso mi viene in mente che, senza cambiare argomento, senza discontinuità, il giorno che parlavamo di Fatma e della mano ci siamo messi a parlare della Sagan e del romanzo che stavi leggendo o rileggendo, Bonjour tristesse, la cui sonorità dolce e ironica ha nel titolo qualcosa di blu, e infatti si svolge nella Côte d’Azur, la costa azzurra. La sensualità del racconto ti ricordava la Versilia, la nostra golden age. Era il 21 giugno e, senza che lo sapessimo, era il compleanno di Françoise Sagan. Non so quale fosse allora, quale sia adesso, il filo (blu) di queste parole, se non la femminilità, l’azzurrità, la laboriosa pazienza di cui continuo a tessere la lode. Lode alla tua arte di tessere, disegnare e dipingere, comporre forme con ogni materia; ma anche di abitare e rendere gioiosamente abitabili le forme, costruire coi tuoi stessi quadri, le tele e i colori dei mondi da abitare, delle case, come i villaggi tunisini e le waving rooms di questa mostra.

Nella tradizione dei viaggiatori incantati, che immersi nell’immanenza del presente si ritrovano nell’Altezza e raccontano trascendentali avventure con beata meraviglia, tu ci racconti una Tunisia celeste e terrestre. Il modo migliore di ascoltarti è crederti, perché, come scriveva il tuo amato Boris Vian ne L’écume des jours, “tutto questo è vero perché l’ho immaginato fino in fondo”. E, se l’hai sognato, è perché l’hai vissuto fino in fondo.

E noi altri che siamo ancora qui, che eravamo già tutt’occhi, che siamo tutt’orecchi, grazie a te diventiamo tutta anima.

Beppe Sebaste, estate 2014