Mauro Cuppone | Heaven can wait

CORTILE

1 > 8 dicembre 2019

«Questo è l'oro: ecco che fa dell'uomo. Mai visto un cercatore d'oro morire ricco. Se ha fortuna, se la mangia cercando di farne di più» (da “Il tesoro della Sierra Madre” di John Huston).
 
C’era una volta la Fama (dal latino fari, parlare - fatum, destino, è cioè che è stato detto), dea creata dalla Terra, mostro alato, gigantesco e ubiquo, coperto di piume che nascondevano infiniti occhi, orecchie e bocche nelle quali si agitavano altrettante lingue (Virgilio); viveva ai confini della terra, in un palazzo di bronzo pieno di porte fra le quali echeggiavano tutte le parole dette, e ancor più quelle appena bisbigliate (Ovidio).
 
Ora abita a Los Angeles (CA), tra l’Hollywood Boulevard e la Vine Street; e si fa calpestare da tutti.
Per questo le viene in soccorso l’Arte, e chi ancora l’ama: incamminatevi con noi, contribuite con le vostre suole (to step or not to step!), a immortalare i nomi dei suoi zerbini contemporanei; cospargeteli di quella polvere della strada (stardust) che li renderà eterni (come quest’opera che li consacra ad aeternum – cioè fino a fine show).
 
Alessandro morì, Alessandro fu sepolto,
Alessandro torna in polvere; polvere è terra,
donde ricaviamo creta; e perché, con la creta
in cui egli s’è ridotto, non avrebbero tappato un barile di birra?
L’imperiale Cesare, or morto e convertito
in argilla, da un buco tiene lontano il vento.
Ahi, la creta che tutto l’universo ha atterrito
rattoppa un muro e fuga i soffi del maltempo!
(W. Shakespeare, Hamlet, V, 1)



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